La mia Storia: capitolo quarto
La mia Storia: capitolo quarto
dic 26Colonna Sonora
Dire Straits: “Fade To Black”
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La vita sociale di mia Madre non era certo delle più ricche, la famiglia e il lavoro portavano via la maggior parte del suo tempo. Nei primi anni usciva per due o tre sere la settimana con le sue amiche. Infondo era ancora giovane e di notevole bellezza, nulla le vietava di riuscire a trovare nuove relazioni, anche se si presentava davanti agli uomini con dietro un notevole bagaglio di complicazioni e questo alla fine faceva scappare la maggior parte dei pretendenti.
Oltre al tempo, le complicazioni per le sue uscite notturne erano create anche dai sensi di colpa che mia nonna le faceva nascere:
“…Quando si ha una famiglia e sopratutto un figlio con i problemi come il tuo, non ci si può permettere di concedersi alla vita mondana…” cosi le parlava.
Ogni volta erano delle battaglie, da dove anch’io ne uscivo ferito, perchè nasceva in me la sensazione di essere un peso per lei, un tappo che non le permetteva di vivere al di fuori del contesto famigliare. Nel tempo questi suoi spazi di libertà diminuirono sempre di più, ormai stanca dei continui attacchi psicologici di mia nonna, preferiva spesso non uscire.
Le ore dei pasti erano spesso i momenti in cui i litigi nascevano più frequenti. Non certo per discussioni sul cibo, ma perchè era il momento in cui si riuniva tutta la famiglia. Di rado capitava di arrivare al secondo piatto senza che fosse nato qualche diverbio, infatti, io e mio fratello sovente si preferiva rimanere con la pancia mezza vuota, pur di scappare dal campo di battaglia.
Spesso mi domandavo come potevano dirsi frasi di una cattiveria profonda e poi dopo poche ore tornare a sorridere fra di loro. Certo che avvolte l’ira ti porta a fare e dire cose che in realtà non si pensano, ma se questo accade spesso, vuol dire che un odio di fondo c’è, e se anche non fosse cosi importante, nel tempo i continui litigi non fanno altro che alimentarlo.
Mi ricordo scene che poi negli anni ripensandoci mi hanno anche fatto ridere. Tipo quando mia nonna rincorreva mio fratello intorno al tavolo con una scopa in mano, mentre io ero seduto su una sedia e spesso mi beccavo qualche granatata involontaria. Oppure quando io e lui ci si nascondeva sotto il tavolo per evitare gli oggetti che mia nonna tirava al nonno…bicchieri, piatti, portacenere, vasi ecc.
Tutto questo veleno io lo ingoiavo in silenzio, mentre mio fratello reagiva facendo i dispetti più vari e spesso scappando da casa. Soluzione che avrei trovato gradita anch’io in molti momenti, ma ero piantato in casa come un’albero in un giardino e quindi dovevo solo sopportare.
La cosa che più mi faceva rabbia era che non potevo mandare tutti a quel paese, perché avevo bisogno di loro. Come si può dire quello che si pensa a qualcuno, quando magari poi hai bisogno di lui per essere portato in bagno e ti devi far prendere in braccio da chi pochi minuti prima hai odiato…l’unico vantaggio in tutto questo era che mi stavo costruendo una pazienza da record, che in futuro mi sarebbe stata indispensabile.
Il mio tour verso nuove cliniche e cure delle più svariate intanto ricominciò.
Un inverno mi sono ritrovato a Verona da una tipa che faceva pranoterapia, della serie quando non si sa più che pesci pigliare…L’unici risultati ottenuti erano: miglioramento della sopportazione del solletico e un lieve tepore dato dalle sue mani, che in quel periodo poteva risultare utile, visto il freddo che faceva.
Il massimo lo raggiunse mio padre un anno dopo. Mi disse che mi avrebbe portato da un medico alternativo. Durante il viaggio cercavo di capire cosa intendeva ed ebbi modo di pensare anche molto, visto che facemmo ore di macchina. Arrivai stanchissimo e distrutto dal caldo, entrai in un casolare che non dava certo l’idea della clinica, da qui nascevano le prime perplessità, che aumentarono quando vidi il famigerato medico alternativo…un ometto qualsiasi, in canottiera e jeans, insieme a sua moglie vestita come una figlia dei fiori…bhò.
I due facevano discorsi strani, non riuscivo a stagli dietro, poi allontanarono mio padre e mi misero su di un comunissimo divano, dopo mi chieserò di sdraiarmi, lui mi mise la mano sulla testa, lei sul cuore. Si fecero un gesto d’intesa come dire che tutto era ok, poi mi tirarono su per le braccia e lei mi sussurrava di allungare la gamba, in una sorta di tentativo d’imposizione mentale sul mio corpo. Naturalmente non accadeva niente, ma continuammo per mezz’ora.
Fecero rientrare mio padre, che ormai mi faceva tenerezza per quel tentativo cosi sciocco, incominciarono a parlargli raccontando le loro impressioni. Qui arriva la delusione doppia per me. Gli dissero che avevano cercato di farmi allungare il mio arto malato, che all’inizio non accadeva nulla, ma poi si sono resi conto che, anche se per pochi centimetri, c’erano riusciti..una stronzata colossale!!! (scusa il termine poco poetico…). Io ero allibito, stanco e spiazzato da quella bugia, non riuscì a negare le loro parole, mi sembrava di uccidere quella piccola luce che si era accesa negli occhi di mio padre e quindi confermai. Ci dissero di ritornare, ci sborsarono 200.000 mila lire e ripartimmo.
Tutto il viaggio lo passai in silenzio e forse quel giorno a qualcosa fu utile…capii che i miei genitori ormai non sapevano più che soluzioni prendere…era stata nella mia testa la sentenza finale.
fine capitolo…

“La cosa che più mi faceva rabbia era che non potevo mandare tutti a quel paese, perché avevo bisogno di loro. Come si può dire quello che si pensa a qualcuno, quando magari poi hai bisogno di lui per essere portato in bagno e ti devi far prendere in braccio da chi pochi minuti prima hai odiato…l’unico vantaggio in tutto questo era che mi stavo costruendo una pazienza da record, che in futuro mi sarebbe stata indispensabile.”
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Queste parole mi hanno rimandato a diciassette anni fa, quando a causa di un incidente stradale, sono stata venti giorni immobile con la trazione in ospedale. E dipendevo in tutto e per tutto. E ti abbraccio forte …
….fastidiosina vero come situazione?
e pensa ci sei stata 20 giorni…
…un abbraccio forte elena, sei sempre la benvenuta.
In quanto a quella frase… ti capisco molto bene! Però, siccome ho sempre avuto la lingua lunga (oh, per compensare…
) in genere dicevo lo stesso quel che pensavo… e non potendo concludere con teatrali uscite di scena sbattendo la porta, costretta a rimanere coi miei interlocutori, ho imparato ad argomentare all’infinito.
In sintesi, non hai idea di che rompicoglioni sono diventata
..in sintesi sei uno di quei casi in cui sono loro a scappare da te sbattendo la porta, quindi il risultato è lo stesso
…ben ritrovata toppe….ma toppe che razza di nick è?
Allora, immagina una spiaggia deserta, con solo un omino che ci passeggia e una voce da un altoparlante che dice: “sono andati via tutti, non torneranno più”.
L’omino ci resta un po’ di merda, via. Però sulla sabbia vede qualcosa, irregolarità che chiama “toppe solari… segnali / di loro che partiti non erano affatto?”
Che cappero vuol dire? Toppe solari –> ricorda macchie solari, quindi macchie, irregolarità; ma toppe son anche quelle che rattoppano i buchi; e sono pure le toppe di una serratura, che aprono porte.
Da cui: “i morti” (o più generalmente quel che trascorre) sono un’interruzione che si può rattoppare, ma anche porte per qualcos’altro, accessi ad altri livelli di realtà; dunque, dall’assenza, dalla morte, all’apertura, alla vita. “I morti non è quel che di giorno in giorno va sprecato / ma toppe di inesistenza, calce o cenere / pronte a farsi movimento e luce.”
No, come, è già suonato l’intervallo? Ok, per la prossima volta, studiate “La spiaggia”, di Vittorio Sereni. Come non c’è sul libro? Sta nell’header del mio blog, via!
(Lo so, non sapevi in che guaio ti saresti cacciato con quella domanda. E’ che faccio Lettere, abbi pazienza
)
a me ha colpito molto il ruolo della nonna…mi ha ricordato la mia nonna materna che stava in casa da noi per un mese un paio di volte l’anno…e faceva tanti di quei dispetti a mia madre, non certo l’icona della salute per via del cuore malandrino, che sopportava in silenzio. per colpa di mia nonna la vidi molto giù un periodo…avrei scaraventato giù dalle scale mia nonna per la sua cattiveria. forse l’ignoranza, forse il carattere di quella generazione…ma mi ha fatto capire quanto io sia stato fortunato rispetto alla mamma ad avere dei genitori come lei e mio padre. e anche tu da quel punto di vista lo sei. un abbraccio, e passa a trovarmi quando vuoi. mi fa piacere!
mat
In effetti Mat in teoria bisognerebbe migliorare da generazione in generazione….sperando di non portarsi dietro le chiusure mentali dei parenti precedenti. Mia madre confesso che un pò da mia nonna lo ha preso…e in vecchiaia lo tira ancor più fuori.
Certo che passo, appena finite le feste tornerò a girare un pò di più tra i blog.
un abbraccio a te.
Toppe, tranquilla, fossero questi i guai
erudirsi un pò fa sempre bene…e chi possiede neuroni attivi l’ho sempre trovata affascinante
…però magari la prossima domanda che ti faccio ti dedico un post specifico per la risposta
…un abbraccio.
le mamme delle mamme sono deleterie, la mia da quando sono rimasta vedova 11 anni fa, se per caso sospetta una qualsiasi relazione di qualsiasi tipo non sa ancora se essere contenta o meno, e c’è da dire che non ho mai fatto entrare o conoscere nessun uomo ai miei figli, ha ragione la tua mamma però, non è facile..siamo problematiche… specie quando abbiamo “zainetti” da portare sulle spalle (così una mia amica definiva i figli scherzosamente)
“Spesso mi domandavo come potevano dirsi frasi di una cattiveria profonda e poi dopo poche ore tornare a sorridere fra di loro. Certo che avvolte l’ira ti porta a fare e dire cose che in realtà non si pensano, ma se questo accade spesso, vuol dire che un odio di fondo c’è, e se anche non fosse cosi importante, nel tempo i continui litigi non fanno altro che alimentarlo.”
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Caro Max,non è detto che ci sia un odio di fondo. Spesso è il senso di impotenza avvertito in alcune situazioni dolorose che porta a “beccarsi”…Ovviamente non si può generalizzare, ma so per certo che la frustrazione può portare a riversare sugli altri (e i familiari sono le persone più vicine)il proprio malessere.
Un bacione e sottoscrivi anche tu uno dei miei feed (quello che preferisci)così mi tieni presente e passi ogni tanto a trovarmi,no?
smack, smack:)
Si Anna, forse è cosi, alla fine i parenti sono i più vicini su cui sfogare rabbie, frustrazioni ecc…altrimenti ci tocca sterminare i vicini di casa
ok, passerò a feeddarti
di solito passo tra i blog, per questo non sono abituato a feeddare.
baci baci
Feed o non feed, caro, l’importante è che tu passi perché non ti fai mai vedere:(…
Lo sai che c’era anni fa una persona molto cara che mi chiamava Anna? Che tenerezza!
Va bene, passate queste feste con assedio familiare, torno a girare più spesso nella blogsfera e passo da te. Baci Anna