La mia storia: capitolo nove

La mia storia: capitolo nove

feb 27

Colonna sonora:

Kiss: I was made for loving you.

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Iniziano gli anni delle grandi decisioni, o almeno delle scelte importanti. Passati gli studi per cui non ho mai provato molta passione, mi avviavo verso le superiori, per poi decidere quale ramo prendere. Di solito ho sempre messo come prima cosa la soddisfazione interiore, piuttosto che tener conto delle conseguenze materiali. La maggior parte del tempo trascorso fino a questo punto della mia storia, è stato in compagnia dei miei pensieri, e forse quest’abitudine mi orientava verso un ambiente in cui il pensare era la materia principale, magari filosofia. Naturalmente, come spesso accade, le decisioni dei figli non sono prese di buon cuore dai genitori e comunque sia è spesso difficile accontentarli. Nel mio caso basti pensare che ancora oggi se ne parlo, mia madre e mio padre tuonano furiosi, per loro dovevo fare il ragioniere, sai che palle!! (con tutto il rispetto per quella categoria).

maxbar Sicuramente noi siamo più fortunati rispetto alla generazione in cui sono cresciuti i nostri genitori, quando il bisogno di guadagnare era più impellente e la famiglia non poteva permettersi di aspettare molto e neanche di mantenere i figli durante gli studi.

Il problema riguardava anche la sede dove era situata la scuola, non perché alle medie andava meglio, ma speravo che nell’andare avanti le cose migliorassero, macchè!!. Alla fine fui costretto a scegliere sapete cosa? L’ipc!!! Sembrava fatto apposta, alla fine dovevo sorbirmi conti e conticini, come voleva mio padre, ma tanto sarebbe stato solo di passaggio.

Non furono anni facili per studiare, perché in casa scoppiavano spesso vari litigi, soprattutto tra i miei nonni, difficile concentrarsi a studiare nella propria cameretta quando nelle altre stanze si sentono le frasi più pesanti che ci si possa dire tra due persone; è strano come una coppia che per anni non ha fatto altro che dirsi cattiverie, sia rimasta unita per cosi tanto tempo, mistero.

Io devo molto a mia nonna, che si è presa cura di me per molto tempo, però nonostante la mia doverosa riconoscenza, sarei un ipocrita se affermassi che provo un grande affetto per lei. Il fatto che una persona per anni ti vesta, ti porti in bagno e ti prepari da mangiare, non vuol dire sia riuscita a farti sentire che ti vuole bene, anzi, per molti suoi comportamenti mi ha fatto spesso pensare al contrario.

Premesso che non porto rancori nei suoi confronti, perché i gesti d’ogni singola persona vanno giudicati secondo la loro intelligenza, come sono cresciute e da quale generazione provengono, anche se questi sono ragionamenti che faccio adesso, mentre nel momento in cui vivevo certi atteggiamenti ne soffrivo e provavo rabbia.

Non è significativo il gesto, ma l’espressioni del proprio volto e le parole che si usano in quel momento. Lei non mancava mai di farmi provare la sensazione di essere un peso e soprattutto cercava sempre di sottolineare quanto faceva per me. Per non parlare di come fosse radicata nella sua testa l’idea che mia madre pensasse solo a me, cosi da trasmettere anche in mio fratello lo stesso pensiero. L’aspetto peggiore era non poterla spesso mandare a quel paese in certi momenti!, come avrei fatto poi a chiederle di portarmi in bagno, oppure d’uscire? le occasioni in cui è successo, lei non aspettava altro, allora sì che poteva farmi sentire in colpa.

Un’altra cosa che mi faceva soffrire, era quando veniva qualcuno in casa, almeno che non fossero miei amici, mi chiudeva sempre la porta di camera, diceva che non era di buon gusto far vedere una persona sempre nel letto, quasi si vergognasse di me, in realtà il letto è sempre stato il posto che preferisco in casa, perché mi posso muovere come voglio e assumere posizioni varie, il che mi permette di non avere dolori fisici, cosa facilmente deducibile, ma non per lei.

Mia nonna soffriva di una moltitudine di paranoie, molte azioni fatte nei suoi confronti lei ci vedeva del male, ma non solo da parte nostra, ma anche da parte dei vicini di casa o di chiunque le passava vicino. C’erano dei giorni in cui andava in giro per casa con l’asciugamano in testa, perché affermava che gli inquilini del piano di sopra gettavano strane polverine dal soffitto, oppure mi sono sentito sostenere che ci rubavano il metano da un fantomatico foro nelle tubature. Per non parlare dei giudizi sulle mie amiche, per lei erano tutte puttane. Giudizi stereotipati, come quelli di mio nonno, tipo sul look delle persone: ragazzi buoni come il pane erano etichettati come sbandati pericolosi solo per il loro modo strano di vestire, altri che, nel proseguo di questa storia arriveranno vestiti come se fossero ad un matrimonio, saranno definite persone serie e buone compagnie, mentre poi si rivelavano uomini schifosi.

Crescendo in ambienti del genere si accumulano veleni, poi ci vuole tempo per eliminare tutte le tossine, bisogna cercare di respirarne il meno possibile, trovando diversivi. Io avevo la mia musica e la capacità, questa raggiunta nel tempo, di non sentirmi ferito se la fonte da dove derivavano simili atteggiamenti non è era stimata da me…in poche parole, tanto più ritenevo intelligente una persona, quanto più le sue parole ed i suoi comportamenti potevano toccarmi.

Intanto era arrivato il momento di riempire il mio portafoglio, che fino adesso è sempre stato misero, solo le paghette settimanali. Mi ero reso conto di essere portato ad utilizzare il computer, strumento che in poco tempo diventò una mia gran passione e per quanto riguarda la ricerca fui aiutato dalla mia assistente sociale, con i famosi inserimenti facilitati per i portatori d’handicap, cosa che certo non mi riempiva d’orgoglio, ma per un periodo accettai.

Dopo alcune settimane fui assunto in una struttura chiamata “Multizonale” situata poco distante dalla città, dove si facevano le analisi delle acque del territorio. Io dovevo inserire i risultati delle verifiche nei database e in alcune circostanze, operazione sicuramente più fantasiosa, creare moduli per le strutture ospedaliere della zona.

Mi venivano a prendere la mattina alle sette con un pulmino su cui potevo salire con la mia carrozzella, spesso al bar davanti casa, dove mi prendevo un caffè prima di partire. Mi piaceva la sensazione di uscire presto da casa e fare colazione con chi si alzava di mattino per andare a lavorare, mi dava una parvenza di normalità. In più c’era la novità di starmene, anche se di poco, lontano dalla mia città e dalla famiglia, provando un assaggio d’indipendenza.

L’ambiente era piacevole e mi trovavo a mio agio con il personale, anche se molto più adulto di me. Spesso mi portavo dei libri per studiare nelle pause e questo mi procurò ben presto l’appellativo: “Il professore”.

fine capitolo…

i precedenti li trovate qui: www.occhiodellanima.netsons.org

9 comments

  1. ok, lo confesso, non leggo quasi mai gli episodi della tua vita. non ti conosco, non so cosa scrivi in questi interventi. non voglio leggerli, per ora. penso che il passato sia passato. ormai è andato, non si cambia. si può solo raccontare, come fai tu. certo, ieri era presente, era tutto da vivere, da decidere, ed oggi sei il riassunto di tutto questo. quindi non va sottovalutato. ma… sinceramente… è passato… è lungo… sono episodi personali… insomma… più che sulle parole preferisco soffermarmi ad osservare le foto.
    se vuoi parlarmi di te fallo pure, ma fallo dal vivo, con le emozioni, i gesti, le espressioni.
    io qui leggo i tuoi pensieri.
    io qui guardo le tue foto. già perchè tu associ sempre una tua foto. le ultime due mi hanno fatto riflettere.
    io il tempo che un lettore impiega per leggere il tuo intervento lo passo tutto ad osservare la tua immagine. un ragazzo in attesa. già questo sembri, max, o perlomeno questo è quello che vedo io.
    un ragazzo sempre in attesa, con lo sguardo sempre oltre, a volte perso nel vuoto, altre volte a voler esprimere la tua vitalità.
    chissà cosa pensa, penso. non leggo la tua vita: la fantastico dalle tue foto, la immagino, sogno la mia.
    una foto rappresenta un istante, un paio di secondi (è questo il tempo di un clic?), non una vita.
    eppure le tue ultime due foto sembrano uno stile di vita.
    l’attesa di chi sa aspettare ( o deve?), l’attesa di chi sa che deve succedere qualcosa e lo aspetta, con pazienza, ripensando al passato, vivendo il presente e sperando nel futuro.
    è strano… sono strane le tue foto, max.
    raramente guardi l’obiettivo. raramente guardi negli occhi chi ti sta di fronte attraverso la macchina fotografica. tu guardi dritto dinanzi a te, ma vedi oltre, oltre le persone, oltre le cose.
    sei disposto a raccontare tutto di te ma ti nascondi…
    guardo le tue foto e penso: ecco un ragazzo che sta aspettando qualcosa o qualcuno, ecco un ragazzo che vede con occhi umani ciò che gli umani non vogliono vedere, ecco l’attesa, ecco il tempo, la calma, la serenità, la tempesta, l’uragano, la gioia, la rabbia,… ecco la vita, di cui noi, spesso, troppo spesso, abbiamo perso il vero senso…

  2. Maxanima

    ..inizio prendendoti un pò in giro, se non si legge i miei capitoli perchè lunghi, bisognerebbe saltare anche i tuoi interventi ;-)

    Il passato cara silvia è ciò che forma il presente, senza passato saremmo solo una scatola vuota, senza niente…magari più ricettiva, visto che non avremmo il filtro delle nostre esperienze che bene o male condizionano anche il nostro vedere e sentire presente…ma non avremmo neanche imparato a osservare meglio e capire di più ciò che ci circonda….sapendo il passato di una persona sai perchè è in un certo modo adesso.

    Sul fatto delle foto, bè, sei certamente un attenta osservatrice, infatti penso che non ho nessuna in cui guardo l’obbiettivo della macchina fotografica e colui o colei che ci sta dietro…chissà, magari sarà per non farmi cogliere quel qualcosa in più che si può vedere in un mio sguardo diretto…o anche perchè cosi si coglie il mio modo di osservare ciò che ho intorno, come sottolinei tu.

    Per l’attesa, bè…pendo più sul devo aspettare che sul voglio…aspettare cosa o chi non so, o forse lo immagino, ma non è poi cosi definito…e forse è proprio cosi….aspetto da sempre…

    Un pò di tempo fa una persona che ogni tanto mi incrociava per strada, mi disse più o meno una cosa simile, sul fatto che sembro assente ma presente….che sembro distratto ma attento…che nei miei occhi si coglie molto, ma c’è sempre qualcosa che sfugge.

    Non credo di nasconderlo, semmai mi viene da pensare che tanto non tutto verrebbe capito…o che poi alla fine a nessuna gli frega di capirlo…non hanno tempo, non hanno voglia, non hanno pazienza…o semplicemente non gli frega più di tanto.

    Grazie del tuo osservare, c’è chi legge e sente e chi guarda e sente….in entrambi i casi è sempre un interesse che mi fa sentire meno solo.

    un abbraccio.

  3. Devo dire che io, al contrario, leggo soprattutto i post dove parli della tua vita. Sarà che sono una “collezionista di storie” (non avrei fatto questo mestiere), ma sono d’accordo con te quando dici che il presente è fatto dal nostro passato. Questo non vuol dire che il passato debba essere vissuto come se fosse ancora attuale (anzi!), ma fare ogni tanto un riepilogo della vita a mio parere aiuta a contestualizzare il presente e a volte a renderlo più relativo.
    Poi in fondo tu mi sembri abbastanza distaccato… cioè, forse la parola giusta è “scanzonato”, comunque hai una visione della tua storia priva del sentimentalismo di chi si crogiola in rimpianti, rimorsi e rancori.

    Un abbraccio

  4. Maxanima

    Ti ho corretto io il link che avevi sbagliato ;-) si, niente racori o rimorsi, forse uno…ma un giorno ve lo racconterò :-)

    un abbraccione a te.

  5. Silvia

    Colpita ed affondata sulla lunghezza!

    Mi sono spiegata male, non è che non leggo gli interventi perchè lunghi (se fosse questo il vero motivo non potrei leggere gran parte del blog!).

  6. mat

    ohi max, ma è un post ENORMEEEEEEEEEE!!!
    mi remi contro cavoli, ho 1000 problemi con la connessione, un’impresa leggerlo per il sottoscritto!
    ci risentiamo nel weekend!
    ciao caro

  7. alina

    A me piacciono molto i post dove parli della tua vita e come ne parli. Ogni volta che mi connetto spero che ci sia un’altra “puntata”. E’ vero i tuoi sono occhi che vanno oltre, riescono a spaziare anche se davanti hanno un muro, due laghetti azzurri in un bel viso velato di malinconia.
    Ciao Max, buonanotte

  8. barbie

    ecco, max, mi sono messa al pari con le puntate, le seguo sempre con interesse.
    Un bacio grande

  9. ri-ecco…pensavo fossi andato avanti…io gli episodi li ho letti tutti, e sono contenta di averlo fatto per conoscerti un pò come eri e cosa facevi anche quando non ti conoscevo…
    bye

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