Ferdinando e Agata: il continuo della storia
Ferdinando e Agata: il continuo della storia
apr 20Ecco la seconda parte della bellissima storia tra Ferdinando e Agata, a dimostrazione che io e Enza non siamo solo un eccezione…

A Gianni tornava spesso in mente quel pomeriggio di metà settembre, quando i suoi famigliari, Ferdinando compreso, andarono a vederlo giocare a calcio, la passione dei piccoli; Quella volta riuscì a segnare un goal e fu preso dal motto dell’esultanza finché non si voltò aldilà delle balaustre e scrutò il volto di Ferdinando, in quel momento era come se volesse alzarsi da quella maledetta trappola per topi e sollevarsi in volo per posarsi vicino al fratello e gridare con lui per la gioia del momento, avrebbe sicuramente voluto fare una corsa instancabile intorno al campo dimenticandosi di figure retoriche e letteratura, avrebbe voluto anche solo per un secondo e ovviamente in caso eccezionale sentirsi come tutti gli altri, sentirsi anche solo un po’ mediocre, sentirsi un diciottenne come un altro, niente di più.
Le ali, quasi allungava le mani per toccarsi la schiena e sentirsele sbocciate, era il prezzo d’avere una fervida immaginazione. Quegl’occhi Gianni non li scorderà mai, sono marchiati a fuoco nella sua mente, impressi come la paura.
Poi successe l’amore.
Arrivò in un giorno di novembre come un altro, un giorno che estrapolò la vita di Ferdinando dalla monotonia di tutti quegl’anni uguali tra loro, dello stesso grigio spento-morto.
L’amore si chiamò Agata.
Cominciò lei stessa a spingere il calesse di Ferdinando, con grazie e pazienza, senza l’ombra d’un turbamento.
Dopo scuola andavano spesso alla pineta, il boschetto del paese, solitario e mite, in cui quasi nessuno andava mai, Agata s’innamoro di come Ferdinando la guardava, di come si scostava un po’ per spostarle i capelli, di come le leggeva le sue poesie e di quelle sue mani vigorose che si facevano spazio nel suo cuore, distaccando con forza la traccia d’altri, ottenendo il trono insostituibile che Agata gli dovette rendere senza il minimo indugio.
Cominciò l’epoca dei baci nascosti, delle telefonate notturne, cominciò l’epoca dell’amore folle che sciolse il silenzio di Ferdinando e tramutò le sue voglie in coriandoli.
Lei, era il suo personale emissario di pace, ed era così nobile il suo non fermarsi alle apparenze, il suo aprire gli occhi per vedere esattamente la realtà, una realtà che le piaceva nonostante ne sacrificasse le gioie semplici.
Tutto con Ferdinando si riempiva di colori nuovi, le sue emozioni erano acquerellate grazie a lui, il pittore segreto che dipingeva l’atmosfera regalandole nomi di stelle, regalandole piccoli tesori degni d’una regina.
Anche l’amore e i sentimenti erano così perforanti e profondi da non essere cosa di tutti, era un mondo ovattato il loro, ripulito dalla sporcizia delle strade.
Gianni ne rimase estasiato, rapito da come si potesse respirare il roseto che il fratello portava nel cuore, stupefatto di come potesse essere immenso e sconfinato, imprendibile e irripetibile quel suo acceso battere senza ripari.
Le vite cambiano, come le primavere, ognuna ha diversi sapori e certe primavere dell’anima non smettono mai di mutare.
Ferdinando viveva le sue primavere, giorno dopo giorno, esasperando ogni fiore con il suo fuoco, Agata era la fioraia che aveva abbellito il fardello del ricordo d’un calesse, aveva trovato un cavaliere armato di storie intrappolate in armature dimenticate e aveva declassato a colpi secchi di dolcezza l’aspo ardere di una vendetta prematura, una disacerbante nota d’utopia per sognatori disillusi.
Agata fu per Ferdinando, come un sogno scipionico, capace di spianare la via a quelle folli ruote desolate.
Tutto si dissolse, si distolse dalla sofferenza, si sciolse in novità.
Gianni rimase sulla porta di casa, inebetito e imbambolato, quasi fosse di ceramica, osservò la scena da lontano, senza dedicare parole, ammutolito e ammorbato d’incapacità e insicurezza.
Ferdinando s’allontanava sempre di più, si dilatava con la sua ombra in vista della sera, al chiarore d’una partenza che lo vedeva oramai impegnato a duello con l’esistenza, il distacco senza timori e la caccia affamata ai sogni di domani.
Gianni capì per la prima volta d’essere stato il più debole, portava un handicap assai più grave, non aveva idea di come si potesse vivere lontani dalle braccia calde della fanciullezza.
Ferdinando percorreva il sentiero perdendosi nell’invisibilità delle sue ciglia ormai lontane.
….spero di poter leggere ancora di loro. Grazie ancora a Alessandra Buttiglieri.
